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Habemus diem! Il nuovo dpcm è stato firmato e, nero su bianco, è stato scritto che si potrà tornare a sciare sugli impianti dal 7 gennaio. La decisione del Governo è quella di mantenere dunque la linea dura andando contro tutti gli appelli fatti dalle categorie di settore e facendo così adirare (e non poco) il presidente della FISI Flavio Roda.

«Sono chiusi gli impianti nei comprensori sciistici; gli stessi possono essere utilizzati solo da parte di atleti professionisti e non professionisti, riconosciuti di interesse nazionale…per permettere la preparazione finalizzata allo svolgimento di competizioni sportive nazionali e internazionali o lo svolgimento di tali competizioni. Dal 7 gennaio 2021, gli impianti sono aperti, agli sciatori amatoriali» con l’adozione delle linee guida di Regioni e Province autonome validate dal Cts.

A poco è servito il recente appello di Valeria Ghezzi, presidente di Anef, che chiedeva un incontro per “spiegare ai piani alti cos’è lo sci”. Vero è, che alla proposta seguiva una richiesta di certezze sulla data di apertura delle stazioni sciistiche e quella, almeno sulla carta, è stata fissata. Contentino? Ma anche Flavio Roda al gioco delle tre carte sembra non starci più e risponde duro alle linee guide per le festività.

“Le misure del nuovo Dpcm non tengono in nessun conto il mondo della montagna e degli sport invernali. Non c’è confronto, manca la conoscenza di base del mondo della montagna, che ha nel suo dna il rispetto delle regole”.

Sembra che tutto il contagio possa venire dal mondo dello sci, che è chiuso senza un vero motivo”, dice il presidente. “Noi facciamo attività sportiva – ha aggiunto – seguendo protocolli molto rigidi e nel rispetto delle regole. Il nostro è l’unico sport che richiede il massimo rispetto delle normative in tutta Europa. E che rappresenta il traino per il turismo invernale che genera un indotto enorme. Ma non c’è rispetto. Non veniamo nemmeno presi in considerazione. Chi ama lo sci e lo vorrebbe praticare deve restare a casa, gli impiantisti devono tenere chiuso, gli atleti di alto livello devono fare miracoli per riuscire ad allenarsi. Per loro è un lavoro, ma non sembra sia considerato”.

“Penso che le autorità – conclude Roda – dovrebbero avere più rispetto del mondo della montagna e di quello che significa per l’Italia. Questo Dpcm dimostra solo ignoranza sulla materia”.

Resistenza arriva intanto dal Consiglio Regionale della Valle d’Aosta che ha approvato un disegno di legge che si oppone al dpcm rivendicando così l’autonomia regionale e cercando di fare qualcosa per salvare il “settore neve”, o almeno lanciare un messaggio.
Ovviamente Roma non ci sta e conferma alla Valle d’Aosta lo status di zona rossa, oltre alla chiusura degli impianti sciistici per il periodo natalizio. La legge regionale anti-dpcm conferisce “libertà di movimento dei cittadini, attività economiche e relazioni sociali, compatibilmente con le misure di contrasto alla diffusione del virus”; in questo modo viene data la possibilità alla Regione stessa di poter decidere sull’apertura dei negozi oltre che sugli eventi religiosi e lo sport, in relazione all’andamento dei contagi dovuti all’epidemia.