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13 Maggio 2020

Si è tenuto nel pomeriggio di ieri il secondo webinar The Sustainable Choice organizzato da Green Media Lab. Una tavola rotonda che ha affrontato il tema della coesistenza di fashion e sostenibilità con gli interventi di Francesca Romano Rinaldi, docente Università Bocconi, consulente e autrice di Fashion Industry 2030; Nicolas Bargi, ceo di Save the Duck e Luca Martines, ceo di Rewoolution.

Con l’insorgere dell’emergenza Coronavirus il processo di produzione e quindi spreco nel comparto moda si è rallentato ma l’avvio alla fase due è ormai iniziata e le aziende stanno tornando a regime. Una buona notizia per il business ma non sempre lo è per l’ambiente, a causa dell’impatto che l’industria della moda genera.

Post Covid-19 come cambierà il comparto fashion? Come bisognerà comunicare la sostenibilità?”. Questi gli spunti di riflessione su cui si è articolato il dibattito moderato da Benedetto Sironi, direttore editoriale Sport Press.

Francesca Romano Rinaldi

Il settore moda è colmo di sfide ambientali e sociali, basti pensare che è il secondo comparto più inquinante al mondo. Tali scenari devono essere affrontati con un approccio esclusivo, che sia differente rispetto a quello manageriale standard. Non si può più parlare di massimizzazione dei profitti dunque ma è necessario coinvolgere un approccio che miri a un valore distribuito capace di reinvestire i profitti sul pianeta e sulle persone.

La sostenibilità quindi non deve essere più percepita come costo ma come investimento. Da qui nascono attività e iniziative a supporto come agricoltura rigenerativa, commercio equo e solidale, B Corp.

Una logica che prevede anche il coinvolgimento di differenti attori come società, cultura, territorio, media e istituzioni. Oggi è diventato fondamentale comunicare la sostenibilità nella moda, questo per ispirare ed educare i consumatori che non sempre sono sensibili alla tematica e pronti a comprenderne il linguaggio complesso.

Infine le istituzioni. Non basta seguire la normativa e rispettare la legge ma è essenziale migliorare gli standard. Per agire in tal senso è utile confrontarsi con associazioni e player così da istituire massa critica.

Nel libro Fashion Industry 2030, Francesca analizza i driver del cambiamento: trasparenza e tracciabilità di filiera, circolarità e consumo collaborativo. Parlare di circolarità oggi è imprescindibile. Il mondo verso cui stiamo andiamo non è sostenibile perché siamo costretti a dover gestire quello che aziende e consumatori producono in termini di rifiuti. La circolarità è quindi l’unica soluzione in tale scenario. Da questi presupposti l’esigenza di creare nuova catena del valore che non sia lineare ma circolare e veda il rifiuto come nuova opportunità per definire un nuovo ciclo produttivo.

Il consumatore quindi non è più alla fine di un ciclo di vita del prodotto ma viene collocato al centro, è attivo e coinvolto dal brand.

Sempre più verranno chieste trasparenza e chiarezza verso la catena del valore e il consumatore sarà sempre più attivo in nuovi modelli che prolunghino la vita del capo: take, make, remake. Attività queste che saranno supportate dalle nuove tecnologie, quelle 4.0.

Dal prodotto al servizio quindi, come consumo collaborativo: i profitti in futuro saranno generati cercando di ridurre i danni verso il pianeta e le persone.

Nicolas Bargi

Save the Duck nasce nel 2012 ma vanta una storia di oltre tre generazioni iniziata con Foresto Bargi. L’azienda produce oggi 600 mila capi l’anno con un fatturato 2019 di 37 mln; sono una realtà molto forte in Italia ma l’export non è da meno, vengono coinvolti 34 paesi.

Nicolas, founder e ad, ha voluto creare un’alternativa di consumo nei piumini per tutti coloro che avessero un certo tipo di sensibilità verso animali e natura. E il logo ne è l’emblema. Il mondo delle giacche in ovatta predominava lo sportswear, il goal è stato introdurre i medesimi tecnicismi in proposte che potessero essere anche fashion in città.

Il brand nasce con l’utilizzo di Plumtech, un’ovatta sintetica: nessun materiale dunque che potesse essere ricondotto agli animali. La materia deriva dal riciclo degli scarti del petrolio, come il pet che, tuttavia non poteva essere processato nuovamente una volta dismesso.

Parallelamente la riflessione su come potesse definirsi un prodotto sostenibile, ecologico. Da qui l’intuizione di pensare a un qualcosa che potesse essere riciclato all’infinito: la fibra nylon sei.

“La sostenibilità è un cammino”, dichiara Bargi “che deve essere tarato alle capacità e potenzialità dell’azienda che si propone di migliorare a 360: tutela del lavoro, dell’ambiente, del consumatore”, conclude. Save the Duck è la prima azienda fashion italiana ad avere ottenuto la certificazione B Corp. Oltre al riconoscimento United Nations Global Compact e ai premi ricevuti negli anni da PETA.

A proposito di come comunicare la sostenibilità, Nicolas riconosce l’importanza di una duplice linea editoriale che affronti coolness ed etica.

Luca Martines

Rewoolution nasce nel 2011 ma, alle spalle trova la storicità del Gruppo Reda, nato nel 1865.

L’idea è quella di realizzare un brand tecnico rivoluzionario non solo perché utilizza lana ma perché si tratta di lana merino fine (17 micron) e ingegnerizzata attraverso la tecnologia kompact 3 che ne riduce la pelosità e ne esalta le qualità di termoregolazione e traspirazione. Oltre al fatto che il brand nasce con parte del dna del Gruppo Reda che prevede un totale rispetto di animali, ambiente e persone che partecipano alla creazione del prodotto.

Sono due le linee principali del brand, una più sportiva e l’altra linea più urbana lanciata dalla fw18. Il risultato è un prodotto naturale, performante e che rispetta l’ambiente: rivolgendosi a consumatori che si attestano al 60% uomo e 40% donna.

Il brand si vuole fare quindi pioniere di una promozione di cambiamento attraverso una filiera di produzione sensibile per salvaguardare l’ambiente e preservarlo dall’avvenire futuro. Questo avviene nella scelta delle materie prime, passando per la produzione dei tessuto fino al confezionamento del capo.

Grazie a una filiera totalmente trasparente, è possibile rintracciare la provenienza del capo. Oggi la produzione è stata spostata in Italia per ridurre al minimo l’impatto ambientale e, l’85% del prodotto viene realizzato in un raggio di produzione di 58 km.