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7 Maggio 2020

Le porte dell’azienda della Val di Fiemme rimarranno chiuse ancora per qualche giorno. Una scelta difficile quella del ceo e presidente Lorenzo Delladio, anche vice presidente con delega all’internazionalizzazione presso Confindustria Trento, che ha scelto di non riaprire il 4 maggio ritenendolo troppo rischioso non solo per la propria realtà, ma per il mondo imprenditoriale in generale. Questo perché esiste una direttiva Inail che classifica il contagio da Covid non come malattia ma come infortunio sul lavoro.

“Nel caso di infezioni da Coronavirus, l’Inail, sia con la circolare n.13/2020 sia con la nota del 17 marzo 2020, ha inquadrato le affezioni che dovessero colpire il lavoratore come infortunio sul lavoro, sulla scia dell’orientamento giurisprudenziale consolidato in materia di malattie infettive e parassitarie per le quali la causa virulenta è equiparata alla causa violenta e delle disposizioni della Circolare 74/1995” (Fonte: Altalex.com)

Una norma assurda, una spada di Damocle che penzola sulla testa di tutti gli imprenditori e che va modificata quanto prima, in quanto attribuisce all’imprenditore la responsabilità (penale, n.d.r.) per un contagio sul quale, come titolare di una azienda, mi rendo conto di aver ben poca possibilità di controllo, se non attenermi in maniera rigida alle direttive che riguardano le norme igieniche per la riapertura – commenta Delladio. – A queste condizioni non me la sono sentita di riaprire, nonostante fosse tutto pronto: mascherine autoprodotte e certificate per tutti (QUI), gel igienizzante in diversi punti dell’azienda, linee produttive che garantissero la distanza sociale, ingressi e uscite organizzate in modo da non creare aree affollate… Ma quando ho letto la direttiva Inail, che mi ritiene responsabile qualora un mio dipendete contragga la malattia, mi sono reso conto che lavorare così non è possibile. Questa cosa vale per tutte le imprese italiane, naturalmente”.

Detto ciò, Delladio non si è rassegnato ma ha avviato una interpellanza parlamentare sollecitando una modifica a livello nazionale.

Ricordiamo infine che La Sportiva è stata tra le prime aziende a decidere la chiusura per contenere l’emergenza (QUI).

“Una vicenda intricata. Come non dovrebbe essere quando è in discussione il diritto penale. Eppure l’emergenza sanitaria obbliga ad aprire spazi e scenari del tutto inediti, anche per quanto riguarda le forme di responsabilità dell’imprenditore. Dove il rischio è quello dell’attribuzione di una responsabilità penale per mancato rispetto delle norme di sicurezza sia, come evidente, sul fronte dei lavoratori, sia sul fronte dei clienti dell’impresa stessa” – Commentava Giovanni Negri in un articolo de Il Sole 24 Ore già in data 6 maggio.

Nella giornata di ieri, un ulteriore articolo precisa tuttavia che una responsabilità residuale potrebbe essere imputata (al datore di lavoro in caso in cui il dipendente contragga il Covid19) solo nel caso in cui non venissero rispettati i protocolli sulla sicurezza, in altri termini se il datore non si preoccupasse della salute del dipendente e non facesse tutto il possibile per proteggerla. Si legge infatti nell’articolo che il rispetto delle regole metterebbe al riparo il datore di lavoro da ipotetiche responsabilità. Questo è quanto afferma la “teoria” e quanto, si spera, venga poi effettivamente tramutato anche in pratica qualora si presentasse il caso concreto.

Tatiana Bertera